Quando Annie Wilkes costringe Paul Sheldon a riscrivere il finale del suo romanzo, a riportare in vita Misery Chastain contro la sua volontà, Stephen King ci racconta qualcosa di più profondo della semplice ossessione di una fan. Ci parla di un incubo che si ripete, di traumi che non vogliono morire, di energie oscure che si materializzano nella stanza quando il dolore viene evocato.
Nel celebre film tratto dal romanzo di King, la scena finale lascia un brivido inquietante: quando tutto sembra finito, quando Annie è morta e Paul è finalmente libero, ecco che una cameriera si avvicina allo scrittore. Ha lo stesso sguardo di Annie, la stessa intensità. “Sono una delle sue più grandi ammiratrici”, dice. E l’incubo ricomincia. Non nella realtà, forse, ma nella psiche traumatizzata di Paul. Il trauma non muore mai del tutto. Si ripete, si reincarna, ritorna.
Le energie del dolore
Durante una delle ultime conferenze che ho organizzato è accaduto qualcosa che illumina questa dinamica con inquietante chiarezza. Un’amica che era tra il pubblico ha dovuto abbandonare la sala mentre uno dei relatori parlava di attualità politica e sociale. Non per indifferenza o mancanza di empatia, ma per il motivo opposto: una sensibilità acuta alle energie che si stavano creando nello spazio.
Quando qualcuno rivive un trauma narrandolo, non sta semplicemente condividendo parole. Sta evocando forze, richiamando nella stanza la densità emotiva di quell’esperienza passata. Per chi è particolarmente ricettivo, queste energie non sono metafore: sono presenze tangibili, pesi che gravano sul petto, ombre che si addensano nell’aria. Come Annie Wilkes che materializza l’ossessione nella stanza dove tiene prigioniero Paul, il dolore traumatico può manifestarsi concretamente, diventare un’entità che occupa lo spazio.
La persona sensibile che ha lasciato la sala non stava fuggendo dalla realtà, ma da energie troppo pesanti da sostenere.
Lo specchio della coscienza
Ma c’è un altro livello di comprensione, ancora più profondo, che Misery non deve morire ci aiuta a decifrare. Tutto ciò che percepiamo come negativo nella realtà materiale – le situazioni politiche che ci angosciano, gli eventi di attualità che ci destabilizzano, i conflitti che vediamo intorno a noi – è speculare al nostro stato di coscienza.
Il senso che diamo agli avvenimenti esterni dipende da ciò che abbiamo vissuto nelle nostre esperienze interiori. Se portiamo dentro un trauma irrisolto, vedremo quel trauma riflesso ovunque: nelle notizie, nelle relazioni, negli eventi del mondo. Come Paul che vede Annie in ogni donna che si avvicina, noi proiettiamo il nostro dolore non elaborato sulla realtà che ci circonda.
Annie costringe Paul a scrivere. A narrare. A rimettere in vita ciò che voleva lasciar morire. In questo atto di violenza c’è, paradossalmente, una verità terapeutica: il trauma deve essere raccontato per essere guarito. Deve tornare alla coscienza razionale, deve essere portato a consapevolezza.
Scrivere per guarire
Paul Sheldon scrive per sopravvivere, certo. Ma scrive anche per dare forma al suo incubo, per renderlo cosciente. Ogni parola battuta sulla vecchia macchina da scrivere Royal è un atto di presa di consapevolezza. Il trauma, finché resta nell’ombra, continua a ripetersi. Solo quando viene portato alla luce – narrato, scritto, condiviso – può iniziare il processo di guarigione.
Ecco perché quel relatore parlava di ciò che io considero un trauma collettivo con tale enfasi (o sofferenza): stava tentando di guarirlo. Stava facendo ciò che Paul Sheldon fa pagina dopo pagina: rendere cosciente l’inconscio, dare forma al dolore informe. E sì, questo processo crea energie pesanti. Richiama presenze oscure. Ma è necessario.
La differenza sta nel come affrontiamo queste energie. Possiamo lasciarci sopraffare, come la persona sensibile costretta a lasciare la sala. Possiamo restare intrappolati nella ripetizione, come Paul che vede Annie ovunque. Oppure possiamo riconoscere che quelle energie, per quanto pesanti, sono il prezzo della trasformazione.
L’incubo che non finisce mai
Misery non deve morire perché il trauma non muore mai del tutto. Ma può trasformarsi. Da ossessione può diventare consapevolezza. Da energia distruttiva può diventare comprensione.
Quando vediamo situazioni negative nel mondo esterno, quando eventi di attualità o politica ci turbano profondamente, dovremmo chiederci: quale parte di me sta riconoscendo se stessa in questo specchio? Quale trauma personale sta risuonando con questo trauma collettivo?
E quando sentiamo energie pesanti materializzarsi in una stanza, quando il racconto di un dolore altrui diventa insostenibile, dovremmo ricordare che quella pesantezza non è debolezza. È il peso della verità che sta emergendo. È il trauma che chiede di essere visto, riconosciuto, finalmente guarito.
Annie Wilkes non era solo una fan ossessionata. Era la personificazione del trauma che non vuole essere dimenticato, che insiste per essere riconosciuto. E la cameriera con lo stesso volto? Non è la prova che l’incubo continua. È la prova che Paul ha imparato a riconoscerlo, a vederlo per quello che è.
Perché solo ciò che riconosciamo può essere trasformato. E solo ciò che portiamo alla coscienza può, finalmente, essere lasciato andare.

























